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Il tasso privo di rischio Rf

Un investimento viene definito privo di rischio nel momento in cui è possibile conoscere ex-ante il suo rendimento. Affinchè questo avvenga devono verificarsi due condizioni: primo l’emittente del titolo non sia soggetto a rischio di insolvenza (e quindi si assume emesso da uno Stato) e, secondo, che non vi sia incertezza sul rendimento dei flussi di cassa intermedi generati dal titolo, cosa che accade per semplicità quando non ci sono flussi intermedi. Il titolo privo di rischio è quindi uno zero – coupon bond, cioè un’obbligazione priva di cedola.

Il tasso privo di rischio è il rendimento di uno zero-coupon e teoricamente bisognerebbe utilizzare diversi tassi di privi di rischio, ognuno allineato con l’orizzonte temporale dell’investimento da analizzare. Per semplicità per valutare un investimento che ha due flussi, uno a tre mesi ed uno a sei mesi, bisognerebbe ricorrere ai rendimenti di uno zero-coupon emesso da uno Stato a tre mesi e di uno a sei mesi. Questa strada è però poco praticabile, perché non sempre esiste un titolo la cui durata coincide con quella dei flussi da analizzare. Una buona approssimazione è utilizzare un tasso di un titolo a breve o a lungo a seconda dell’investimento oggetto del nostro studio.
Un punto di partenza tradizionale consiste nel reperire il rendimento sui T-bill a 3 mesi (per investimenti in dollari) oppure l'euribor (per investimenti in euro).
Questo file, raccolto dal sito di Damodaran contiene i rendimenti di mercato, dei t-bill e dei t-bond americani dal 1927 al 2007.
Rendimenti storici mercato USA . xls

Il primo problema pratico è la mancanza di un titolo privo del rischio di insolvenza. Non tutti gli Stati sono davvero “risk free” e basta pensare ai noti tracolli di alcune economie centro-sud americane. Quando non ci si sente sicuri circa lo Stato emittente esistono diversi percorsi alternativi:
1)      condurre l’analisi in valuta diversa e “sicura”, tipicamente il dollaro;
2)      se conosciuto, fare riferimento al tasso al quale aziende solide dello Stato oggetto di analisi possono contrarre prestiti a lungo termine, ricordandosi di diminuire di qualche basis point dal momento che tale tasso per l’impresa include un minimo di rischio di sua insolvenza;
3)      derivare il tasso dal prezzo di un contratto forward per consegna a lungo termine nella valuta locale.

Il secondo problema è la scelta di adozione di un tasso nominale o reale. Qui il problema è teoricamente più semplice e la risposta è usare un tasso nominale o reale a seconda di come sono i flussi dell’investimento analizzato. Specialmente in casi di alta inflazione è opportuno provare a utilizzare sia flussi che tassi in termini reali, a meno che esistano titoli indicizzati all’inflazione per conoscere il tasso nominale. In alternativa è possibile esprimere tutto (flussi e tassi) in una valuta stabile (l’esempio del dollaro è sempre il più ricorrente). Infine una terza opzione è utilizzare come approssimazione il tasso di crescita reale a lungo termine dello Stato oggetto di analisi.

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